Il 21 aprile 2008 ad Ancona, in occasione della prima assemblea ordinaria dei soci di ISCOS Marche, si è tenuto il seminario “La globalizzazione della partecipazione”.
Sono intervenuti Elis Nursen Sinirlioglu (Responsabile internazionale del sindacato turco Birlesik Metal-Is) e Mehmet Selcuk Goktas (Segretario generale del sindacato turco Birlesik Metal-Is). E’ stata un’occasione di confronto fra i sindacalisti italiani e turchi, e di condivisione dei problemi e delle lotte comuni.

Il Birlesik Metal è un sindacato fondato a Istanbul nel 1993 attraverso la fusione di Maden-Is, nato nel 1947, e Otomobil-Is, nato nel 1963. Negli anni ’70 entrambe le federazioni si distaccarono dal Turk-Is dando vita alla Confederazione Disk. Oggi il Birlesik è l’unico sindacato dei metalmeccanici aderente alla Fem e alla Fism (Cisl Internazionale). Gli altri, tra cui il Turk Is metal, sono da tempo stati espulsi.
La storia del sindacalismo in Turchia è molto dura, fatta di repressioni, arresti, uccisioni, come quelle della manifestazione del 1 maggio 1977 in Piazza Taksim a Istanbul. Nel 1980 Il loro leader Türkler Kemal fu ucciso. Il 27 febbraio 2008, migliaia di lavoratori hanno scioperato per la situazione dei cantieri di Tuzla (17 morti in 7 mesi) e la polizia ha risposto con 75 arresti, pestaggi, torture. I sindacalisti sono controllati direttamente dallo stato. Disk si è opposta a questa legge militare pagando con la chiusura fino al 1991.
L’intervento dei sindacati europei é una necessità primaria per i sindacati turchi. Di grande aiuto è stata la Fem –federazione europea dei metalmeccanici – e la Fism – federazione mondiale – presente in questi anni con Marcello Malentacchi. Da tempo Birlesik e Fim-Cisl cooperano nell’ambito dell’allargamento dei CAE ai paesi candidati ad entrare nell’UE, così come con la Fiom-Cgil e altri sindacati europei, in particolare quello tedesco. Intensa è stata l’attività di cooperazione realizzata da Iscos e Sindnova in Turchia nel campo dei diritti umani e delle relazioni industriali, insieme alle confederazioni sindacali turche e alle principali categorie del settore privato, tra cui i metalmeccanici.
Il tasso di crescita dell’economia a settembre è stato del 7,3%. Si pensi al boom delle aziende turche di elettrodomestici, come la Arcelik (al sesto posto nel mondo secondo Deloitte) e la Vestel. Le esportazioni nel 2005 hanno superato i 73 miliardi di dollari. L’Italia è il terzo partner commerciale della Turchia con un interscambio di 13,9 miliardi di dollari (+16,8%). L’inflazione nell’ultimo triennio è scesa sotto il 10% con l’obiettivo di scendere sotto il 5%. La Confindustria (TUSIAD) ipotizza che tra 6 anni il reddito medio pro-capite dei turchi potrebbe raddoppiare passando dagli attuali 4282 a 11.900 dollari annui. Un operaio turco mediamente guadagna circa 250 euro al mese.
Nel mese di ottobre il tasso di disoccupazione è salito al 10%. Il 18.2% dei giovani è disoccupato, il 22.3% nelle zone urbane. Nel 1990 il 34.1% delle donne lavorava, nel 2004 il 25.4%. Sono 18 milioni le donne escluse dal mercato del lavoro. Solo la metà della forza lavoro attiva (11 milioni su 22) è coperta da una qualche forma di protezione sociale. 3.690.000 di persone appartengono alla categoria “Lavoranti in famiglia senza salario” senza nessun obbligo di legge di iscrizione ad una assicurazione sociale. 7.975.000 sono i lavoratori privi di ogni forma di protezione sociale.
Sebbene alcuni diritti sindacali siano garantiti a livello legislativo (la Turchia ha anche ratificato le convenzioni ILO 87 e 98), esistono serie limitazioni. Vi sono soglie di sbarramento per il legittimo riconoscimento del sindacato, a livello nazionale e d’impresa, l’obbligo individuale di recarsi da un notaio per legalizzare l’iscrizione al sindacato, la presenza di sindacati filo-governativi e filo-aziendali. In Turchia non esiste il diritto di sciopero. La legislazione turca non consente la contrattazione nazionale e per contrattare a livello aziendale occorre che il 50% più uno dei lavoratori siano iscritti a un sindacato. Lo scenario sindacale è a livello di categoria, molto frazionato all’interno delle stesse confederazioni. La sindacalizzazione raggiunge il 5% dei lavoratori.
Attualmente ci sono circa 590 imprese italiane presenti in Turchia, il 3.3% del totale delle presenze di imprese estere. Ogni anno crescono di circa 50 unità, con un numero sempre maggiore di aziende piccole e medie. Alcuni nomi: Imer Group, Pirelli, Indesit, Candy, Fiat, Beretta, Bialetti, Gruppo Ferroli, Finmeccanica, Fincantieri, Mediobanca.
I comportamenti delle nostre multinazionali non sono stati esaltanti. Nel settembre 1998 migliaia di lavoratori di Fiat, Renault, Bosch, Valeo, hanno perso il posto di lavoro per aver fatto richiesta di aderire ad un sindacato diverso da quello ufficiale. Secondo un rapporto sindacale presentato a Bruxelles, nel 2004 sono stati 11.968 i lavoratori che hanno perso il posto per questo motivo. Per questa ragione è fondamentale la negoziazione ed applicazione degli IFA (Accordi Quadro Internazionali) e la solidarietà sindacale. L’unica azienda metalmeccanica italiana che, finora, ha sottoscritto con la FISM un IFA per un comportamento responsabile sul piano etico è l’INDESIT Company. Nel caso di CANDY l’intervento tempestivo della FIM-CISL sulla direzione aziendale, raccogliendo l’appello della FEM, ha garantito che la scelta dei lavoratori dell’ex-Doruk di iscriversi al Birlesik Metal fosse rispettata dall’azienda senza ritorsioni.
Le modalità della crescita della Turchia sono determinanti per il suo essere ponte tra l’Oriente e l’Occidente. Fino ad oggi è stata presidiata da uno degli eserciti più attrezzato e agguerrito del pianeta. Le grandi potenze ieri, e le multinazionali oggi, la vedono come la “chiave d’accesso” al resto del mondo da conquistare. Pensiamola come porta per la diffusione dei diritti sindacali e sociali.