I lavoratori cinesi scendono in piazza in numeri sempre maggiori. Oppressi dagli abusi dei manager, incoraggiati dal passaggio della nuova legislazione sul lavoro, organizzano scioperi, blocchi stradali e proteste per chiedere il pagamento dei salari arretrati, migliori condizioni di lavoro e persino il diritto di istituire le proprie organizzazioni sindacali.
In un nuovo rapporto pubblicato oggi, China Labour Bullettin guarda a come si è sviluppato il movimento dei lavoratori in Cina negli ultimi due anni, come il governo ha risposto, e perchè il sindacato ufficiale non è stato in grado di avere un ruolo positivo.
Dall’analisi di 100 proteste collettive emergono 3 trend principali:

– I lavoratori hanno preso in pugno la situazione, superando il sindacato ufficiale, premendo verso i governi localli perchè facciano da intermediari. Ed in molti casi hanno avuto successo.
– Gli scioperi si propagano nella stessa regione, industria o filiale. Lo sciopero dei taxi è stato un esempio di protesta di un intero settore e della volontà dei governi locali di negoziare con i lavoratori.
– Le richieste dei lavoratori sono diventate più ampie e sofisticate. Prima erano rivolte alle violazioni di base dei diritti del lavoro, come i mancati pagamenti degli stipendi, arretrati; ora si chiedono stipendi più alti, migliori condizioni di lavoro, si protesta contro la tendenza a licenziare lavoratori a tempo indeterminato per riassumerli con contratti temporanei.

Durante questo periodo, il sindacato ufficiale All-China Federation of Trade Unions è stato largamente assente. ACFTU ha lanciato una campagna per sindacalizzare le industrie maggiori e per i contratti collettivi nei magazzini Walmart, ma con scarsi miglioramenti per i lavoratori.

Going it Alone: The Workers’ Movement in China (2007-2008) è disponibile in pdf dal sito di CLB.
E’ possibile ascoltare anche la presentazione in podcast

ISCOS Marche