Segnaliamo un’intervista di Cristiano Sanna a Roberto Staglianò sul tema dell’immigrazione.

Il 7,5% della popolazione, capace di generare il 10% del Pil italiano. Con un gettito fiscale di 5.8 miliardi di euro, che lo Stato prende dalle loro tasche per restituire, in termini di servizi e assistenza, appena 700 milioni l’anno. Numeri, cifre, denaro che entra ed esce dal portafoglio. Per spiegare, con questi e molti altri dati, perché l’Italia di oggi non può fare a meno degli immigrati, e dovrebbe smettere di trattarli tendenzialmente come criminali (vedi l’impostazione della legge Bossi-Fini) per considerarli una risorsa a cui non si può rinunciare. E’ uscito quasi un anno fa Grazie (ed. Chiarelettere), di Riccardo Staglianò, giornalista di La Repubblica, ma il tema che tratta e come lo tratta sono di attualità così stretta e urgente da spingerci a soffermarci volentieri sulle pagine di un libro che è un’inchiesta condotta sull’intero territorio italiano. Per raccontare 24 storie che si svolgono in 24 ore, la giornata lavorativa di un Paese che nega una parte determinante di se stesso nel momento in cui a quella parte si rivolge, per molti versi, disperatamente.
Riccardo, seppure con notevole sforzo si può capire quale mentalità e soprattutto quale strumentalizzazione politica abbiano portato alla legge Bossi-Fini. Ma anche la sinistra ha grandi colpe. Che ne pensa?
“Che subordinare al contratto di lavoro la regolarità dell’immigrato, con logica punitiva, è assurdo. Anche perché penalizza coloro che perdono, incolpevolmente, il contratto regolare. E’ giusto che chi viene nel nostro Paese sia aiutato a diventarne cittadino a tutti gli effetti, e che se ne prenda la responsabilità. Ma allora cominciamo a favorire l’emersione dal lavoro nero, autentica piaga italiana, a proteggerli dai soprusi di chi sa di poterli trattare come vuole, perché sarà difficile che scendano in strada a protestare. Una legge più avveduta dovrebbe intervenire su questo fronte prima di tutto. Poi bisogna smettere di colpire soprattutto certe categorie di immigrati, da cui sono escluse regolarmente le badanti dell’Est che si occupano dei nostri anziani e malati. Altri immigrati lo sanno, vedi i cinesi che hanno beneficiato di vantaggi e protezioni precedentemente appannaggio delle badanti, per l’appunto. Esistono i furbi a tutte le latitudini, ma comincio dai furbi italiani che reclutano i cinesi per altri lavori ma poi li fanno figurare come assistenti geriatrici per avere agevolazioni di vario tipo”.
Resta da capire perché la sinistra non riesca a comunicare l’importanza fondamentale dei lavoratori immigrati, senza i quali il Paese sarebbe perduto e non riuscirebbe ad ammortizzare gli effetti della crisi generale.
“Della falsa emergenza calvalcata dalla destra abbiamo detto. Quanto alla sinistra, anche su questo versante dimostra quanto sia lontana dalla vita reale, dai problemi quotidiani della gente. Ecco perché nel mio libro racconto storie, ricostruisco fatti e cito molti numeri, i numeri dell’economia. Sto alla larga da facili buonismi e dal dibattito politico, è una specie di terza via, un ragionamento con il portafoglio in mano, per aiutare chi legge il libro a capire quanto ci convenga tenere gli immigrati, regolarizzati in modo che paghino le tasse, farli lavorare in Italia”.
Il libro racconta un’Italia che lavora vista molto dal basso, spesso lontanissima dai diritti fondamentali della persona. Nei panni dei sikh che salvano letteralmente la produzione della mozzarella di bufala, degli autotrasportatori dell’Est alle prese con viaggi da incubo, dei nordafricani che coprono più della metà degli addetti della maggiore flotta da pesca italiana, fino ai panettieri pachistani e ai facchini del punjab. Se questi vengono a rubarci il lavoro, perché italiani più o meno giovani non fanno quei mestieri?
“E’ una delle questioni affrontate nel libro. Dove, ad esempio, cito l’esempio di un benzinaio romano che aveva a disposizione un posto fisso pagato circa 1500 euro al mese, ma non trovava italiani a cui dare lavoro, e meno che mai era corrisposto dai suoi clienti, che da un lato brontolavano perché la loro macchina veniva lavata da un negro (in questo caso del Bangladesh) dall’altro si guardavano bene da mandare i loro figli a fare quel lavoro. Questo è confermato dal Rapporto sulle economie generali, stilato dalla Banca d’Italia, che dimostra dati alla mano come gli immigrati coprano la base della piramide professionale. Quindi non rubano niente a nessuno, anzi, permettono agli italiani di dedicarsi a lavori meno duri e più appaganti”.
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