l talone d’Achille della Repubblica Popolare sono i salari minimi. Per questo il governo ha deciso di intervenire 1.290 yuan al mese, circa 150 euro. A tanto ammonterebbe, se all’annuncio fatto in grande stile dal governo provinciale del Guangdong seguiranno gli opportuni fatti, il salario minimo per i lavoratori del distretto che rappresenta il cuore industriale del gigante cinese, rappresentato dalla città di Dongguan, metropoli produttiva sul delta del Fiume delle Perle.

Il provvedimento, ancora allo studio, prevede infatti un incremento del 15-20% a decorrere dal primo gennaio 2012. Un aumento che preannuncia una serie di nuovi interventi in tutto il Paese.

Congelati per due anni sullo sfondo della crisi economica, i salari minimi sono tornati a crescere nel 2010, con aumenti medi del 23% durante quest’anno. E proprio gli interventi sui salari minimi sono un tassello importante della strategia macroeconomica di Pechino: la Cina cerca di cambiare il proprio modello di sviluppo, puntando di meno sulle esportazioni e di più sulla domanda interna.

Per questo è necessario rafforzare il potere d’acquisto dei lavoratori, in modo che possano spendere di più, assorbendo parte della produzione oggi destinata all’export.