L’equità è la frontiera su cui orientare le scelte politiche nazionali e internazionali. Ridurre le disuguaglianze vuol dire crescere e crescere bene. Ridurle fra popoli, fra nazioni e all’interno degli stati. Non a caso i paesi europei con minori diseguaglianze – e quindi con gli indici di concentrazione del reddito e della ricchezza più bassi – sono anche quelli che stanno soffrendo meno la crisi e che si sono sviluppati meglio, con più PIL pro-capite e benessere diffuso (per limitarci all’Europa: Danimarca, Francia, Germania, Finlandia, Olanda, Svezia, Norvegia). Per questo, all’interno di un progetto di armonizzazione fiscale europea, ci vuole un riequilibrio dei singoli sistemi fiscali nazionali per aumentare la tassazione sulle grandi concentrazioni di reddito e di rendita, tassare le grandi ricchezze parassitarie e liberare le risorse private tenute imprigionate, aumentare la spesa e gli investimenti pubblici.

 

In sintesi, bisogna ripartire dal lavoro. Bisogna realizzare piani di spesa pubblica diretta per il lavoro e per gli investimenti – a partire da quelli verdi, infrastrutturali, ad alta intensità tecnologica e di conoscenza – finanziati con una tassazione ad hoc e anche in disavanzo, se necessario, tenendo insieme domanda e offerta. In altre parole: “socializzare gli investimenti e l’occupazione” per riqualificare l’offerta e aumentarne la produttività, sostenendo la domanda e, al tempo stesso, contenendo l’inflazione e il rapporto debito/PIL nel medio-lungo periodo. La capacità dello Stato di elaborare strategie di investimento per realizzare questi obbiettivi può essere una leva anche per la mobilitazione del risparmio privato. L’imprescindibile disciplina di bilancio, in ragione del consolidamento strutturale nel lungo periodo, va realizzata in modo lungimirante ma coerente con la scelta della via alta della competitività, della ricerca della piena occupazione e della qualità delle produzioni, con l’aiuto e lo stimolo dell’intervento pubblico, coordinato a livello europeo.

 

È proprio l’inadeguata architettura dell’Euro che offre l’opportunità alla speculazione di agire. Il disegno istituzionale dell’Euro priva i singoli paesi della possibilità di emettere moneta e di svalutare. Ma non garantisce il debito pubblico. Qualunque paese può essere aggredito, con successo, in queste condizioni. Chi specula, infatti, non dovrà temere né la svalutazione, né l’acquisto di titoli da parte della Banca Centrale. L’attuale configurazione della BCE mette gli stati dell’Euro in soggezione dei mercati. Condizione necessaria alla realizzazione di politiche alternative diventa il rafforzamento della governance democratica europea, attraverso innanzitutto l’europeizzazione del debito dei Paesi dell’Unione monetaria e la modifica dei trattati europei affinché la BCE possa emettere moneta a garanzia dei debiti pubblici e diventare a tutti gli effetti “prestatore di ultima istanza”. Numerose le proposte in tal senso; come quella presentata dai “cinque saggi” tedeschi che pensano ad un fondo che smaltisca nel lunghissimo periodo la parte di debiti pubblici europei che eccede il 60%. Basterebbe prendere le proposte in considerazione e non derubricarle ideologicamente.

L’Europa non è stabile e non cresce. Il Patto di Stabilità e Crescita è certamente fallito, non perché non sia stato ben applicato, semplicemente perché non poteva funzionare. Il Patto di stabilità andrebbe non rafforzato, ma cambiato. Invece del solo indebitamento pubblico, i parametri vincolanti di riferimento dovrebbero comprendere il debito totale – somma del debito pubblico e privato -, il debito sull’estero e il saldo della bilancia dei pagamenti di ciascun Paese. È necessario inoltre includere tra i parametri un obbiettivo di crescita e un obbiettivo occupazionale perché l’Europa deve tornare a porsi la finalità della piena occupazione. Bisognerebbe, appunto, partire dalla crescita e non dalla stabilità, per regolare su di essa la politica macroeconomica, definendo poi il tasso di inflazione e il livello dei deficit pubblici accettabili in una determinata fase, articolando il tutto tra i vari paesi dell’Unione anche con l’obbiettivo di ridurne le divergenze di competitività. Occorre recuperare una politica industriale, europea e dei singoli Stati, in grado di sostenere e riorganizzare i fattori per una “nuova crescita”, anche imponendo un modello redistributivo funzionale alla sua implementazione ed alla sua qualità. D’altra parte, la crisi può essere scongiurata solo se il peso del riequilibrio commerciale e finanziario graverà oltre che sulle spalle dei paesi debitori anche su quelle dei paesi creditori, attraverso un’espansione della domanda da parte di questi ultimi. In questa prospettiva è necessaria una politica dei redditi europea fondata sulla leva fiscale, sul welfare e, soprattutto, su uno “standard retributivo europeo” che garantisca, a livello di area e con le differenze coerenti con l’obbiettivo della convergenza dei livelli di competitività, una crescita delle retribuzioni reali almeno uguale alla crescita della produttività. Tutto ciò significa avere una strategia di crescita a livello europeo e far compiere sia pure gradualmente un salto all’unità politica.

 

Queste sono le prerogative per l’avvio di una vera unificazione fiscale, distinguendo il “debito buono” dal “debito cattivo” come condizione per politiche di sviluppo di dimensione europea, stimolando la definanziarizzazione delle economie avanzate e il controllo dei movimenti di capitale (cominciando con la separazione delle banche commerciali e da quelle di investimento e con l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali che può servire a limitare la libertà di movimento speculativo dei capitali) in funzione delle prospettive dell’economia reale, riaprendo così una prospettiva di futuro per le nuove generazioni. Le istituzioni europee vanno, per questo, democratizzate rafforzando il Parlamento europeo e introducendo il voto a maggioranza qualificata ed il peso dei diversi Stati secondo la loro popolazione.