L’edificio che ospita il centro per disabili migranti e marginali “Pensieri e Parole” – confiscato ai Torcasio, ‘ndrangheta – se l’è preso don Giacomo Panizza nel 2002. Nessuno lo ha voluto a parte lui, questo prete capace di spezzare la catena della paura e di altre iniziative lungimiranti. Lo hanno allora minacciato di morte, hanno tagliato i freni all’auto, preso a pistolettate una finestra e la serranda dell’edificio confiscato. Così che Lamezia è scesa in strada a difendere il suo prete, isolando i criminali.

Don Panizza ostenta un pragmatismo avvolgente e coinvolgente. Lo incontriamo alla biblioteca di Nicastro, insieme al sindaco Giovanni Speranza e ad alcuni componenti dell’associazione “La strada”, tra le più impegnate nell’accoglienza ai migranti. Ci racconta l’esperienza di “Progetto Sud”, ne illustra i princìpi cardine, parla del coraggio della nonviolenza, dello stare insieme sia pure tra persone e culture differenti, anche tra ideologie differenti.

Prende la parola Massimo Berlingeri detto Ciaiò, e legge in anteprima il discorso che a giorni terrà al ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca, in arrivo a Lamezia.

«Mi chiamo Ciaiò e sono un Rom nato e cresciuto per troppo tempo nell’accampamento di contrada Scordovillo. Un campo pieno zeppo di box e prefabbricati e separato dal resto del mondo da un muro alto tre metri. Un campo temporaneo che è lì da 30 anni.

Sono un Rom che stasera ha la possibilità di raccontare ad un Ministro della Repubblica la storia di un Ciaiò e di come le cose, a volte avvengono. È una storia che inizia con l’immagine di un gruppo di ragazzi e ragazze italiane dell’associazione “La strada”, che per primi sono entrati nel campo di Scordovillo e che sarebbero poi tornati tutte le mattine a svegliare, sollecitare, convincere noi bambini per essere il più possibile noi presenti a scuola.

E la scuola è stata la mia prima chiave per uscire dal campo. Nel 1998 all’interno di un corso organizzato dalla comunità “Progetto Sud”, insieme agli altri ragazzi del campo, abbiamo incominciato a parlare di lavoro. Per chi nasce in un campo Rom l’aspettativa di un lavoro è legata soprattutto alla raccolta del ferrovecchio o al lavoro nei mercati della frutta. In quel corso abbiamo, invece, capito che potevamo costruirci un altro lavoro. Che potevamo fare un lavoro in squadra. Che potevamo fare un’impresa. E così nacque la cooperativa “ciarapanì” composta da ragazzi e ragazze Rom e anche da italiani.

Il nome ciarapanì, nel linguaggio Rom, vuol dire una tenda che protegge. Insieme alla costituzione della cooperativa abbiamo elaborato il piano d’impresa: volevamo occuparci di raccolta differenziata dei rifiuti con il metodo porta a porta in una regione in cui si parlava solo di discariche per lo più abusive. Abbiamo presentato il piano al Comune e siamo riusciti a superare scetticismo e diffidenza. E poi abbiamo convinto anche Banca etica a finanziarci l’avvio.

E così nel 2001 abbiamo ottenuto che in una parte della città di Lamezia Terme venisse avviata la raccolta porta a porta. Ma il nostro compito non si limitava solo a raccogliere le buste con la carta e con la plastica. Dovevamo educare i cittadini a differenziare nel miglior modo possibile i rifiuti.

Un gruppo di Rom con la divisa da lavoro che spiegava come fare bene la raccolta differenziata. Da non crederci. Ancora oggi ci occupiamo di raccolta differenziata a Lamezia Terme e giusto la settimana scorsa abbiamo raggiunto quota 30 milioni di chili di rifiuti raccolti in modo differenziato all’inizio dell’attività.

Ma non ci siamo fermati qui. Abbiamo aiutato altre cooperative della Calabria a promuovere nei Comuni pratiche di raccolta differenziata dei rifiuti. Abbiamo anche ottenuto la certificazione di qualità per la progettazione di servizi di raccolta porta a porta.

In questi anni di fare cooperazione non è mai venuta meno la voglia di inventarci il lavoro. È successo che anche con l’Azienda Sanitaria di Lamezia a cui abbiamo proposto la costruzione e la gestione di un parcheggio a pagamento. E siccome l’Azienda sanitaria non aveva fondi per costruirlo allora li abbiamo messi noi. Abbiamo presentato il piano d’impresa alle banche di cui siamo soci e le banche ci hanno dato ancora una volta fiducia. E al parcheggio dell’ospedale lavorano Rom e anche ragazzi che arrivano dal sud del mondo.

Il lavoro la mia seconda chiave per uscire dal campo. Il lavoro con la dignità che si porta dietro mi ha permesso di cominciare a pensare anche a un progetto di vita che andasse fuori dagli schemi tradizionali. Ho cominciato a pensare a metter su famiglia non necessariamente con una ragazza Rom. E così è stato. Ho una famiglia, ora. Ho dei figli che frequentano scuola e palestre. Ho dei figli che riesco a seguire grazie, anche, ad un piano di orari lavorativi flessibile. Un piano che abbiamo fatto insieme lavoratori e dirigenti nell’ambito di un progetto “Tempi solidali” che è stato anche premiato dal ministero Pari opportunità. E grazie al lavoro ho trovato una casa al di fuori del recinto.

La casa: la mia terza chiave per uscire per sempre dal campo. Signor Ministro, questa è la storia del Rom Ciaiò che, grazie al diritto a frequentare la scuola, al diritto ad avere un lavoro dignitoso e al diritto ad avere una casa, oggi si può riconoscere pienamente come cittadino italiano».

viaLa vera storia del Rom Ciaiò « direfarebaciare.