(di Jacopo Granci in osservatorioiraq.it)

“Siamo in democrazia? No, siamo in Marocco”, sintetizza il blogger dissidente Larbi nel post in cui racconta – testimone degli eventi – la repressione della manifestazione di fine luglio indetta a Casablanca (e contemporaneamente in altre città tra cui Rabat e Tangeri) dal Movimento 20 febbraio.

La marcia pacifica, che ha visto gli oppositori marocchini tornare in strada dopo alcuni mesi di relativa calma per reclamare la liberazione dei compagni in carcere e la fine dell’autoritarismo monarchico, è stata soffocata dall’intervento della polizia.

Il bilancio è di decine di feriti e sei militanti finiti in arresto, che saranno perseguiti (il processo è già in corso) per “appartenenza ad un’organizzazione illegale” e “resistenza a pubblico ufficiale”.

Un anno prima erano state proprio le mobilitazioni e le proteste innescate dal movimento, sull’onda della Primavera Araba, ad aver spinto il sovrano Mohammed VI a rivedere la Costituzione in senso liberale.

Una “rivoluzione monarchica” l’aveva definita la maggioranza dei media nazionali e stranieri, lodando l’efficacia del modello di transizione controllata “alla marocchina” in un momento di forti e inaspettati sconvolgimenti in tutta l’area mediorientale.

Tuttavia il nuovo testo, pur decretando l’instaurazione di una “monarchia parlamentare costituzionale” (art. 1) e garantendo sulla carta il rispetto dei diritti e delle libertà del cittadino, non ha favorito una reale trasformazione democratica né tantomeno una rottura con la gestione opaca e verticistica del potere.

Le prerogative del governo e del Parlamento sono state accresciute, ma il controllo della sfera politica è rimasto saldamente in mano al sovrano, che nomina gli alti funzionari (governatori, prefetti), presiede il Consiglio dei ministri e la suprema istanza giudiziaria, oltre ad essere il vertice religioso e militare del paese.

Dodici mesi dopo l’approvazione della nuova Costituzione le speranze di cambiamento suscitate dalla “Primavera Marocchina” sembrano essersi infrante contro la resilienza del regime, che ha assorbito senza contraccolpi prima le proteste di piazza e poi la vittoria islamista alle elezioni legislative del novembre 2011.

D’altra parte l’esecutivo uscito dalla consultazione a guida PJD (il Partito della giustizia e dello sviluppo) ha assicurato docilmente la continuità con le “vecchie pratiche” in questo inizio di legislatura: il partito islamico ha accantonato la lotta contro la corruzione e la prassi clientelare che alimentano il sistema di potere – cavallo di battaglia della formazione – ed ha rinunciato ai provvedimenti economici in sostegno alle fasce più deboli (l’indice di povertà colpisce il 28% della popolazione e il tasso di disoccupazione giovanile in contesto urbano supera il 30%, fonte UNDP 2010) promessi in campagna elettorale.

Ancor più allarmante, tuttavia, sembra essere la regressione in materia di libertà di espressione e rispetto dei diritti registrata in questo ultimo anno, a dispetto delle disposizioni contenute nella nuova Carta fondamentale e nel silenzio della comunità internazionale.

Mentre la retorica di regime continua ad incensare il “cammino democratico” intrapreso dal regno alawita – ultimo esempio il discorso di Mohammed VI tenuto il 30 luglio in occasione del tredicesimo anniversario dalla sua ascesa al trono – la politica repressiva del governo cerca di ricondurre allo status quo, mettendo a tacere le spinte riformatrici e le critiche mosse da attivisti e oppositori.

Abdullah Abakil, fervente militante della capitale, ricorda come l’avvento del 20 febbraio e il propagarsi della protesta nelle strade marocchine sia riuscito ad incrinare il muro di paura e silenzio eretto dalle autorità durante gli “anni di piombo” (che coincidono con il regno di Hassan II, 1961-1999).

“Con le nostre azioni abbiamo dato diritto di parola a chi fino ad ora non l’ha mai avuto. La gente ha sempre meno timore a reclamare quello che gli spetta. Per il regime si tratta di una novità destabilizzante, per questo sta facendo di tutto per ritornare alla condizione antecedente al 20 febbraio 2011, cercando di cancellare a colpi di manganello, arresti mirati e processi speditivi gli avanzamenti strappati dal movimento sul piano della libertà di espressione”.

Sono numerosi gli episodi che testimoniano la strategia di criminalizzazione del dissenso improntata da Rabat per arginare il persistere della contestazione sociale e politica.

In primis il soffocamento violento delle “rivolte periferiche”, che affondano le radici nella disoccupazione e nello stato di marginalizzazione economica vissuto dalle regioni povere dell’interno.

Negli ultimi mesi a Taza, Ait Bouayach e Douar Chlihat i rastrellamenti compiuti dalle forze di sicurezza hanno portato a decine di arresti e alla devastazione di interi quartieri, ritenuti “focolai della protesta”.

Una punizione esemplare. Un monito lanciato dal regime contro nuove eventuali insubordinazioni.

Secondo Amnesty International la polizia marocchina “utilizza una forza di intervento eccessiva nei confronti dei manifestanti”. Nel suo rapporto annuale la ong londinese parla senza mezzi termini di “brutalità” in riferimento all’operato degli agenti, menzionando come esempi eclatanti i decessi degli attivisti avvenuti nel corso del 2011 e ricordando che “le forze di sicurezza hanno perseguitato con minacce e convocazioni ripetute nei commissariati perfino le famiglie dei militanti”.

La morsa repressiva continua a stringersi, dunque, anche attorno ai membri e simpatizzanti del 20 febbraio, che devono far fronte ad una lunga serie di carcerazioni e condanne.

Il caso più noto – già documentato da Osservatorioiraq – è quello del rapper dissidente Mouad Belghouat L’haqed (“l’arrabbiato”), costretto prima a quattro mesi di detenzione preventiva e poi condannato ad un anno di prigione (condanna confermata lo scorso luglio in via definitiva) a causa dei suoi testi impegnati e delle accuse lanciate contro l’apparato di potere.

Nel carcere di Oukacha (Casablanca), a pochi metri dalla cella di Mouad, un altro artista del movimento sta scontando una condanna a due anni per “partecipazione a banda armata” e “distruzione di beni pubblici”.

Si tratta del “poeta del popolo” Younes Belkhdim, aedo della non-violenza, raffinato oratore e capofila nei cortei della metropoli atlantica. “Voi avete le armi ma noi abbiamo la parola” era solito scandire al megafono, durante le manifestazioni, di fronte ai cordoni degli agenti.

Younes e L’haqed sono divenuti il simbolo di una resistenza tenace e pacifica (forse per questo non degna dell’interesse dei grandi media?) che Rabat sta cercando di scardinare anche grazie all’appoggio dei tribunali e di verdetti “prefabbricati”.

In effetti, sebbene l’articolo 56 della legge fondamentale definisca la giustizia un “potere indipendente”, le organizzazioni per i diritti umani nazionali e internazionali continuano a denunciare l’accanimento del regime contro gli oppositori, vittime di processi farsa e costretti a confessioni estorte sotto ricatto o tortura, mentre le diplomazie occidentali preferiscono voltare lo sguardo altrove per non compromettere gli interessi che le legano al regno alawita.

E’ di questi giorni la notizia dell’arresto del blogger Said Ziani, che verrà giudicato per “traffico di sostanze stupefacenti”.

Curiosa e triste combinazione, dal momento che meno di due mesi prima un altro noto protagonista della blogosfera marocchina, Mohamed Sokrat, era stato condannato a due anni di carcere con la stessa accusa.

La vicenda aveva scatenato una intensa mobilitazione via web – ancora una volta ignorata dai media, nonostante l’interessamento di Reporters sans frontieres – per ottenerne la liberazione.

Stando al resoconto fornito da amici e familiari il giovane blogger, di professione venditore ambulante, sarebbe stato costretto a firmare una confessione di colpevolezza (per possesso di hashish), seppur estraneo ai fatti, sotto la minaccia di veder deferiti di fronte al giudice anche il padre ed il fratello.

“Sokrat è una tra le voci più belle della gioventù marocchina, si esprime liberamente, osa, dà fastidio. […] Il solo crimine che ha commesso è pensare, mentre i veri criminali sono coloro che per questo vogliono metterlo a tacere”, aveva affermato in quell’occasione il regista Hicham Ayouch, tra i promotori della campagna di solidarietà.

Il quadro, come accennato in precedenza, si fa sempre più preoccupante.

Lo conferma il bilancio stilato dall’Associazione marocchina per i diritti umani (AMDH), che tra il 20 febbraio 2011 e il 17 aprile 2012 ha recensito oltre quaranta casi di nuovi detenuti politici (molti altri attivisti sono stati liberati dopo brevi periodi di reclusione) e 645 episodi di violazione delle libertà individuali o collettive.

Numeri, tuttavia, che non interessano le autorità, secondo cui “non esistono prigionieri d’opinione in Marocco, ma solo detenuti di diritto comune”.

Come ha dichiarato recentemente al canale libanese Al Mayadine il ministro della Giustizia Mustapha Ramid (PJD), ignorando deliberatamente – oltre ai casi sopracitati – gli indipendentisti saharawi in carcere a Laayoune e le centinaia di detenuti islamici finiti in arresto dopo gli attentati del 2003 a Casablanca.

L’amnesia di Ramid appare ancor più grave dal momento che lui stesso, avvocato integerrimo fino alla nomina ministeriale, si era trovato a difendere alcuni degli islamisti condannati per terrorismo, denunciando in proposito gli abusi dei tribunali e della polizia politica, e scagliandosi contro il carattere politico di quei processi.

Succede anche questo nel Marocco “paradossale” della nuova Costituzione e del vecchio regime.