(limes) Intervista ad Hassan Ben Brik

La rivoluzione dei gelsomini ha tutt’altro che concluso il suo percorso di trasformazione della società tunisina. L’eco della primavera araba, che da Sidi Bouzid nel cuore della Tunisia rurale alle strade del Cairo, Tripoli e Damasco ha portato in strada migliaia di sostenitori della democrazia e dei diritti civili, ci costringe ancora una volta a ripensare i paradigmi e ridefinire gli scenari possibili.

Dal dicembre 2010 ad oggi la Tunisia ha fatto i conti con la disperazione di Mohammed Bouazizi, le proteste spontanee dei giovani delle aree marginalizzate del paese, i tumulti della capitale, le dimostrazioni pacifiche della borghesia delle grandi città, gli attacchi informatici e la solidarietà internazionale dell’antagonismo occidentale per i sostenitori del “dégagé”.

Il paese ha vissuto le sue prime elezioni democratiche (ovviamente non senza polemiche) e ha destato stupore nella comunità internazionale per la rapidità nel proporre nuove istituzioni credibili e capaci di lavorare subito dopo il voto per una nuova costituzione. Il successo del partito islamico moderato Nahda e l’apparente sicurezza di un uomo rispettato come Rached Ghannouchi sembravano inquadrarsi in un percorso d’ispirazione turca dove laicismo e islam potessero trovare una nuova sintesi. Il percorso politico e sociale che sta portando la Tunisia verso la promulgazione della nuova costituzione ed elezioni legislative (ottimisticamente entro la prossima estate) si arricchisce di attori nuovi, che in realtà nuovi non sono per niente. Soggetti che spaventano l’opinione pubblica internazionale, ma anche parte della società tunisina.

Il salafismo pretende spazio nel nuovo scenario politico e trova nel contatto con il popolo la sua naturale arma di proselitismo. Nella giornate infuocate di settembre, quando sono state prese di mira le ambasciate di molti paesi arabi oltre ai simboli del potere economico occidentale, anche la Tunisia ha fatto i conti con una piazza che al grido di “Allah Akbar” (“Allah è il più grande”) ripropone il tema centrale di tutta questa primavera. Che ruolo deve avere l’Islam nella costruzione dello Stato post-rivoluzionario?

La responsabilità degli atti di violenza delle scorse settimane, conseguenza della diffusione su Internet del peggiore porno soft di sempre (Innocence of Muslims di Nakoula Basseley Nakoula) e delle vignette di Maometto pubblicate dal settimanale francese Charlie Hebdo, è ricaduta sul gruppo salafita Ansar ash-Asharia (“i sostenitori della sharia”). Il gruppo jihadista tunisino condivide il nome e il progetto politico con altre realtà jihadiste nel mondo arabo, ma non ne rappresenta una costola, anzi rivendica la paternità del nome e si erge a modello per gli altri paesi.

In un incontro esclusivo con Hassan Ben Brik, responsabile Dawa (predicazione) di Ansar ash-Asharia, poco prima del suo arresto e da tutti considerato il secondo dopo Abou Iyadh, abbiamo avuto la possibilità di gettare luce sul progetto politico del gruppo salafita e sul ruolo che attualmente stanno giocando in Tunisia ed in tutta la regione. L’intervista si è svolta a settembre in una casa alle porte di Tunisi, dove siamo stati accolti e siamo rimasti per diverse ore a colloquio con Hassan; questi, dopo una prima fase di studio, si è aperto con naturalezza al confronto. Con me c’erano il ricercatore e giornalista Fabio Merone, la giovane free lance inglese Louisa Loveluck ed il fratello di Ben Brik, Karim Minissi, nostro contatto e facilitatore dell’incontro.

LIMES Qual è stato il vostro percorso, dove nasce Ansar ash-Asharia?
HASSAN BEN BRIK Il gruppo fondativo è attivo in Tunisia dal 2003, siamo tornati in Tunisia dopo aver intrapreso percorsi all’estero, ci siamo conosciuti in carcere e abbiamo iniziato il nostro lavoro da lì. Per anni in Tunisia l’insegnamento del Corano e la professione della fede islamica sono stati violentemente repressi. Qui non era possibile predicare liberamente: si rischiava il carcere o anche la morte.

LIMES Qual è il vostro progetto politico?
HASSAN BEN BRIK Il nostro nome è anche il nostro progetto politico, vogliamo portare la sharia in Tunisia e nel mondo arabo. Per raggiungere questo obiettivo bisogna parlare con il popolo e avere la possibilità d’insegnare l’islam e la legge coranica.

LIMES Rivendicate quindi un progetto indipendente rispetto ad altri gruppi che richiamano al tema della sharia e che si stanno muovendo in altri paesi?
HASSAN BEN BRIK Noi siamo nati molto prima e vogliamo essere un modello per il mondo arabo, condividiamo con altri gruppi il punto di arrivo, ma rivendichiamo una nostra peculiarità nel percorso e nel lavoro di diffusione dell’islam.

LIMES Siete quindi pronti per il jihad?
HASSAN BEN BRIK Il jihad è sicuramente parte del nostro progetto politico, ma non abbiamo alcun interesse attualmente a intraprendere iniziative violente o atti terroristici. La lotta per la creazione di uno Stato islamico ha bisogno dell’appoggio del popolo. Non esiste jihad, se il popolo tunisino non è con noi.

LIMES È vero che la vostra prima apparizione pubblica è nata come conseguenza di un messaggio arrivato direttamente da Osama bin Laden nelle settimane successive allo scoppio della rivoluzione?
HASSAN BEN BRIK Lo escludo categoricamente: abbiamo contatti internazionali, ma siamo nati da un’esperienza tutta interna alla Tunisia e ne rivendichiamo le specificità.

LIMES Qual è il suo ruolo nell’organizzazione e come si struttura Ansar ash-Asharia?
HASSAN BEN BRIK Io sono il responsabile della Dawa (la predicazione), il mio lavoro è quello di portare Ansar ash-Asharia in tutto il paese, per insegnare il Corano e parlare con il popolo tunisino. Anni di laicismo, prima con Bourguiba e poi con Ben-Alì, hanno allontanato la Tunisia dalle sue radici islamiche. Il nostro scopo è riportare l’islam in Tunisia ed arrivare alla costituzione di un governo islamico. Sulla struttura non posso dire nulla, tutti gli esponenti del Ansar ash-Asharia sono sotto il mirino del governo e della comunità internazionale e io preferisco parlare solo ed esclusivamente del mio ruolo nell’organizzazione.

LIMES Siete pronti a dialogare con le altre frange salafite e soprattutto con il Nahda?
HASSAN BEN BRIK Ci sono molti punti in comune con il Nahda, nel breve periodo la creazione di una coalizione e l’elezione di un leader unico che possa rappresentare i partiti islamici è un’ipotesi che c’interessa molto. Attualmente però il Nahda sta dimostrando di essere il servo dell’America e ci mette sotto pressione per costringerci all’isolamento; anche le ultime dichiarazioni di Gannouchi sono contraddittorie e non lasciano spazio al dialogo.

LIMES Come si concilia il jihad con il lavoro politico che state attualmente svolgendo?
HASSAN BEN BRIK Noi non crediamo nella democrazia, ma appoggiamo le elezioni. Sarà il popolo tunisino a decidere chi dovrà governare e noi vogliamo avere il nostro ruolo in questo processo. Tra i nostri obiettivi c’è anche la creazione di un sindacato dei lavoratori e uno per gli studenti islamici, il processo dovrà portare alla costituzione di un partito islamico unico che governi il paese.

LIMES Oltre al vostro progetto politico e alla Dawa, quali sono i punti di contatto che state stabilendo con il popolo, avete anche voi un ruolo sociale come i Fratelli musulmani o Hamas?
HASSAN BEN BRIK Essere vicini al popolo non è una scelta politica, è un insegnamento coranico. Alla fine del Ramadan il corano prevede che ogni famiglia devolva il 10% dei propri averi ai più bisognosi. Noi non abbiamo fatto altro che raccogliere parte di questi fondi e organizzarli in un programma di sostegno annuale. Noi prendiamo dal popolo per ridare al popolo. Ci siamo presentati ufficialmente al paese il 20 maggio e abbiamo portato a Keirouan (quarta città santa per i musulmani, 250 chilometri a sud di Tunisi) oltre 20 mila persone. In quell’occasione abbiamo spiegato il nostro progetto e abbiamo teso una mano al popolo tunisino; aspettiamo e lavoriamo perché la colgano.

LIMES Passiamo ai recenti avvenimenti e alle accuse che vi vengono mosse. Qual è la vostra responsabilità nell’attacco all’ambasciata americana e nelle violenze degli ultimi giorni?
HASSAN BEN BRIK Le provocazioni giunte dall’Occidente hanno innescato un rabbia che noi stessi abbiamo cercato di controllare. La strategia dell’America è chiara, provocare il mondo arabo per costringerlo a scendere in piazza in maniere disorganizzata, spingendo verso il conflitto nel tentativo di rallentare il processo di strutturazione di solide realtà islamiche e jihadiste. Io stesso ho dovuto mediare con gli altri gruppi salafiti in più occasioni per evitare inutili scontri. Il nostro è un progetto che ha bisogno di muoversi alla luce del sole, nel lungo periodo; ogni provocazione non fa altro che rallentare tale processo.

LIMES Quindi a chi sono imputabili le violenze?
HASSAN BEN BRIK Il quadro degli scontri è molto più complesso di come lo vogliono dipingere i media. La nostra presenza nelle strade e nelle manifestazioni è accolta e sostenuta da migliaia di giovani delle periferie che vedono in noi un punto di riferimento e ci sostengono. Molti sono poi gruppi e singoli conosciuti negli anni del carcere, loro appoggiano le nostre iniziative anche se non prendono parte in maniera integrale al movimento. L’insieme di queste realtà sociali può provocare atti di violenza di cui non possiamo ritenerci direttamente responsabili. Come ho già detto il nostro progetto lavora sul lungo periodo, non accettiamo le provocazioni, ma non crediamo neanche sia utile cercare lo scontro a tutti i costi.

LIMES In conclusione, vi ritenete il nuovo modello per il mondo arabo?
HASSAN BEN BRIK In Tunisia, come negli altri paesi arabi e musulmani, il popolo è stanco di false promesse e del linguaggio ipocrita dei partiti attualmente al governo. Oggi, con la fine della dittatura, possiamo agire liberamente e dare progettualità al nostro lavoro d’insegnamento e diffusione della legge coranica. Siamo seguiti, veniamo ascoltati da migliaia di persone, molte più di quelle di tanti partiti che oggi occupano la scena politica. Dall’incontro di Keirouan il percorso è iniziato e siamo pronti a raccogliere le sfide che abbiamo davanti.

L’intervista, durata oltre due ore, pur non riuscendo a delineare in un quadro sistemico più ampio il ruolo di Ansar ash-Asharia, ci permette di cogliere le linee di tensione sulle quali si gioca il futuro della transizione in Tunisia e nella regione.

Prima di tutto l’atteggiamento del Nahda e quindi dell’islamismo moderato nel prendere una posizione decisa rispetto a una realtà ormai stabile e in crescita come quella dei gruppi salafiti d’ispirazione jihadista.

In secondo luogo la capacità dell’Occidente di leggere il nuovo volto della democrazia post rivoluzionaria nel Mediterraneo. La caduta delle dittature filo-occidentali come quelle di Ben-Ali o affaristiche come quella di Gheddafi non ha portato solo Youtube ed elezioni più o meno trasparenti, ma ha riacceso la speranza per quanti hanno dovuto nascondere le radici culturali e religiose e hanno oggi l’occasione di ripensare al loro ruolo nella società. Una società che vogliono libera, indipendente ed islamica.

Fotogalleria sulla primavera araba

Sergio Galasso è nato a Napoli nel 1983. Laureato in Relazioni Internazionali e Diplomatiche all’Orientale di Napoli e con un master in Cooperazione Internazionale presso l’ISPI di Milano. Dopo aver svolto una short mission di monitoraggio elettorale durante le elezioni di ottobre 2011 in Tunisia, ha creato con Fabio Merone e Laura Salomoni ‘Itinerari Paralleli’, un’associazione di promozione sociale che si propone di svolgere attività di Turismo sociale, politica per il territorio/cittadinanza attiva e cooperazione internazionale. Attualmente l’associazione è attiva in Tunisia, Bosnia e Italia.
(11/10/2012)