La neonata tassa sulle transazioni finanziarie non si applica a molti derivati, strumenti principe della speculazione e non frena le operazioni ad alta frequenza che generano instabilità sui mercati

Penalizzare l’economia reale e l’accesso al credito, incentivare la speculazione finanziaria. Sembra questo il surreale doppio obiettivo raggiunto dal governo Monti con l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie (Ttf) all’italiana.

L’idea della Ttf è semplice quanto efficace. Un’imposta minima, dell’ordine dello 0,05%, su ogni transazione finanziaria. Gli impatti sono minimi per chi opera con orizzonti di lungo periodo, mentre diventano tanto più rilevanti quanto più gli obiettivi sono di breve termine. Tutto questo sempre che la tassa venga pensata e implementata correttamente, o per lo meno in modo accettabile.

Da mesi gli stessi promotori e sostenitori della Ttf, riuniti in Italia nella campagna Zerozerocinque, denunciano i pesanti limiti della proposta introdotta dal governo Monti con l’ultima legge di stabilità. Per fare un esempio la misura italiana non si applica alla stragrande maggioranza dei derivati, gli strumenti principe della speculazione. Ancora, non è efficace per frenare le operazioni ad alta frequenza che generano fortissima instabilità sui mercati. Con una metafora, è come dire che dopo anni di campagne vengono finalmente introdotti dei limiti di velocità sulle strade, ma si scopre che riguardano le biciclette ma non le automobili.

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