Quanti più immigrati ospita un Paese, tanto più è esposto alla criminalità. Un’idea, questa, che negli ultimi anni è stata ripetuta come un ritornello, e ampiamente strumentalizzata da certa politica, fino a diventare un dogma del nostro modo di pensare. A dimostrare che si tratta di un luogo comune e di una mistificazione è ora il rapporto “Politica migratoria, immigrazione illegale e criminalità” della Fondazione Benedetti, curato da Paolo Pinotti dell’Università Bocconi insieme ad altri economisti della Banca d’Italia e di altre università.

Prendendo le mosse da uno studio del Viminale del 2007, da cui emergeva che gli stranieri rappresentano meno del 10 per cento della popolazione, ma più di un terzo dei detenuti – si legge nel rapporto – sono state incentivate e attuate politiche tese a limitare i permessi di soggiorno. In questo modo, in realtà, non si è fatto altro che aumentare la soglia di rischio. Perché? Il rapporto documenta come l’immigrato regolare sia coinvolto in attività criminali nella stessa misura del resto della popolazione. A commettere più reati è, in vece, il clandestino, ovvero l’immigrato irregolare, quello che – in molti casi – ha chiesto il permesso di soggiorno senza ottenerlo. Precisamente, gli irregolari rappresentano l’80 per cento degli immigrati coinvolti in atttività criminali.

Paradossalmente, osserva il rapporto, le politiche restrittive dell’immigrazione hanno l’effetto di alzare la soglia della propensione alla criminalità. A riprova di questa tesi, sta ad esempio il fatto che nel periodo successivo a sanatorie o al “click day” del 2007 – con un cospicuo numero di immigrati che guadagnarono il permesso di soggiorno – il tasso di criminalità è diminuito.

Soffiare sul fuoco di una politica ostile verso l’immigrazione serve dunque ad assecondare le fobie della gente, ma non a rendere più sicure le nostre città.

viaImmigrazione e criminalità – Famiglia Cristiana.