Una fashion blogger apre gli occhi su cosa c’è dietro le catene di negozi di abbigliamento economico

Anniken Englund Jørgensen, dopo aver partecipato insieme ad altri due ragazzi (Frida Ottesen e Jens Ludvig Hambro Dysand) al documentario-reality Sweat Shop ed aver toccato con mano la realtà delle fabbriche cambogiane che producono gli abiti di colossi della moda low cost (uno su tutti H&M, ma anche Zara, Walmart, Primark, ecc.) ha deciso di utilizzare la propria popolarità di fashion blogger per dare voce a chi questo canale privilegiato non ce l’ha: i lavoratori che materialmente cuciono e confezionano gran parte delle cose che indossiamo, in condizioni che ci sono tollerabili unicamente perché le ignoriamo.

Anniken è evidentemente rimasta molto scossa dall’esperienza fatta in Cambogia, e una volta rientrata in patria ha voluto avviare una campagna che provasse ad andare al di là del semplice impulso emotivo che suscitano le storie raccontate ad arte in un reality. Si è scontrata però con lo stesso giornale promotore dello show – l’Aftonbladet – che è giunto a proibirle esplicitamente di parlare della sua esperienza e a crearle il vuoto mediatico attorno. Grande la delusione della giovane, che ha esternato la propria frustrazione nel constatare come una grande catena di abbigliamento possa di fatto condizionare con il suo potere il più importante quotidiano della Norvegia. “Ho sempre pensato che nel mio paese ci fosse libertà di espressione. Mi sbagliavo.” – dice Anniken.

 

Grazie alla scelta di questa ragazza –  che dopo mesi di censura ha deciso di rendere pubblica sul web la propria esperienza, facendosi promotrice di un boicottaggio mirato e suscitando finalmente la reazione dei vertici di H&M – il messaggio di denuncia ha cominciato a girare e dal web ha raggiunto da un lato la stampa, spesso restìa a trattare approfonditamente argomenti delicati come questo, e dall’altra molte delle persone che la seguono, che sicuramente adesso si faranno qualche domanda in più.

Di fatto Anniken non ci racconta nulla di nuovo e non è certo un’eroina, però è una goccia di consapevolezza in un mare di indifferenza. Per come la vedo io non è poi così poco: una minuscola goccia può generare onde.

Il messaggio è chiaro: fashion sì, ciechi no. Nel mondo superficiale, interconnesso, complicato in cui viviamo ciò che conta è essere consapevoli: dei nostri valori, della realtà che ci circonda, delle conseguenze delle nostre scelte. E poi agire di conseguenza, nei limiti delle nostre possibilità. Se lo facessimo tutti, sarebbe già un enorme passo avanti.. nonostante tutto.

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Anniken Jørgensen vs H&M. La storia di una fashion blogger e il web che vorrei..